I più bei castelli della Lombardia e le loro storie in un nuovo libro

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E’ uscito per la casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e al momento è in distribuzione nelle edicole lombarde l’ultimo libro di Elena Percivaldi, “35 Castelli imperdibili della Lombardia” (da fine maggio nelle librerie di tutta Italia).

Dalla quarta di copertina (versione estesa):

35 CastelliLa Lombardia è terra di castelli. Ve ne sono a decine, sparsi – anche se in maniera non omogenea – su tutto il territorio: che siano austere sentinelle a guardia di impervie vallate oppure grandi fortezze che dominano con la loro mole massiccia la pianura, conservano intatto dopo tanti secoli il fascino di chi è stato testimone della Storia. Questo libro non è, però, la solita “guida turistica” che elenca in maniera asettica le varie caratteristiche architettoniche dei singoli edifici, i capolavori presenti, gli artisti che hanno contribuito ad abbellirne l’aspetto.
E’ una narrazione appassionante che conduce per mano il visitatore a rivivere le tante vicende, a volte eroiche e a volte macabre, che si sono svolte tra le loro mura, a conoscere i protagonisti che – nel bene e nel male – ne hanno segnato il destino. Molti di essi furono eretti e conobbero il loro momento di maggior splendore come centri di potere e residenze di lusso durante la lunga dominazione dei Visconti e degli Sforza; altri, specie lungo l’Adda e l’Oglio, vennero al contrario costruiti per contrastarne le ambizioni, finendo per essere oggetto di aspri scontri tra il ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia.

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Figure icastiche come quelle di Ottone, Bernabò, Filippo Maria e Gian Galeazzo Visconti o Francesco Sforza, donne risolute come Bianca Maria Visconti oppure vittime come Beatrice di Tenda, guerrieri indomiti come il celebre capitano di ventura Bartolomeo Colleoni sono solo alcuni dei personaggi che rivivono, con le loro imprese e le loro debolezze, in queste pagine, lungo un percorso rigorosamente documentato (pur senza rinunciare a raccontare, quando merita, la leggenda) ma nel contempo narrato con stile accattivante e godibile.
Il volume offre per ciascun castello, oltre alle informazioni per la visita, anche consigli su cosa fare nei dintorni – sport, escursioni, itinerari nella natura, tesori e bellezze nascoste –, sui prodotti tipici del territorio, gli appuntamenti e gli eventi da non perdere. Un vademecum irrinunciabile per gli amanti dell’arte e della storia ma anche per semplici curiosi e appassionati alla ricerca di idee per weekend o gite fuori porta da soli, in coppia o con tutta la famiglia: mai banali, sempre piacevoli e intriganti, comunque indimenticabili.

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MEDIOEVO / Sulle strade della capitale: alla scoperta di Pavia longobarda

l2Oltre trecento reperti, molti dei quali inediti, trovati in occasione degli scavi degli ultimi anni oppure riemersi da un’approfondita indagine nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e che quindi saranno esposti per la prima volta in assoluto al pubblico. “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”  si annuncia come la più importante mostra mai realizzata sui Longobardi.  Sarà ospitata in tre sedi:   dal primo settembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al MANN di Napoli  e ad aprile 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo.
 

In occasione della mostra, il prestigioso mensile Medioevo ha pubblicato un ampio dossier sui Longobardi a firma di Susanna Zatti (Direttrice dei Musei Civici di Pavia), Gian Pietro Brogiolo (co-curatore, con Federico Marazzi, dell’esposizione) ed Elena Percivaldi (medievista).

Elena Percivaldi ha ripercorso in un lungo itinerario i luoghi, ancora esistenti o scomparsi, di due secoli di storia longobarda. Ecco qui di seguito l’inizio dell’articolo.
Il testo completo è pubblicato su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017).


Sulle strade della capitale

di Elena Percivaldi*

 

5. Pavia

Pluteo dell’Agnus Dei. Pavia, Musei Civici

Nel 572, dopo quasi tre anni di assedio, Alboino entrava in Pavia e sceglieva la città come capitale di un regno, quello longobardo, destinato a durare fino alla conquista – nel 774 – da parte di Carlo Magno. Ma l’uscita di scena dell’ultimo sovrano longobardo, Desiderio, esule in Francia, non poté certo cancellare l’impronta data dai Longobardi alla città in due secoli di storia. Ticinum – questo l’antico nome della città: Papia, da cui Pavia, entrò in uso proprio in età longobarda – era stata fondata dai Romani in un territorio occupato dalle tribù galliche: a loro si deve la pianta ortogonale ancora oggi ben visibile, che ricalca il consueto modello del “castrum”. Situata sul fiume Ticino a pochi chilometri dalla confluenza nel Po, sulla strada che da Milano portava a Genova, la città era un crocevia di importanti collegamenti terrestri e fluviali. Già sede di zecca durante l’impero, Pavia fu occupata dai Goti e dotata da Teodorico di un grande palazzo regio, poi nel 540, caduta Ravenna nelle mani di Belisario in piena guerra greco-gotica, venne scelta come nuova capitale del regno ostrogoto rivestendo un ruolo di primo piano sullo scacchiere italiano fino, appunto, all’arrivo dei Longobardi. Anche per questo Alboino e i suoi successori si trasferirono nel palazzo regio di Teodorico e lo ingrandirono, poi dotarono la città di monumenti e, dopo la conversione al cristianesimo, di importanti chiese e monasteri: San Michele Maggiore, San Pietro in Ciel d’Oro, Sant’Eusebio, San Giovanni Domnarum, Santa Maria alle Cacce, San Salvatore, Sant’Agata al Monte, Santa Maria alle Pertiche, Santo Stefano.

Di tale splendore oggi sono rimaste poche tracce. Oltre al trascorrere dei secoli, la città longobarda dovette subire un rovinoso assedio, nel 924, da parte degli Ungari, poi nel 1004 fu semidistrutta da un vasto incendio che, riporta un anonimo cronista tedesco, “arse tutti gli edifici che l’illustre maestria degli antichi aveva innalzato”. Ciò che restava ancora intatto fu messo a ferro e fuoco nell’estate 1024 da una rivolta scoppiata alla morte dell’imperatore Enrico II, e poi raso al suolo dal terribile terremoto che nel 1117 ridusse in rovina buona parte dell’Italia settentrionale. In età barocca le chiese furono conformate ai dettami della Controriforma; il colpo di grazia, infine, arrivò con le risistemazioni urbanistiche dell’Ottocento, che nell’adattare il volto di Pavia alle esigenze “moderne” non risparmiarono edifici millenari. Dopo mille anni di oblio, oggi la città altomedievale torna visibile grazie alle ricostruzioni 3D create in occasione della grande mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, che consentono di sorvolarla com’era restituendo anche i contesti, oggi perduti, in cui erano collocati i tesori esposti nella sezione longobarda permanente dei Musei civici nel Castello. Le tre cripte di S. Eusebio, S. Felice, S. Giovanni Domnarum saranno inoltre aperte con orari estesi nei fine settimana (per informazioni e aggiornamenti: www.mostralongobardi.it). In occasione dell’evento, vi accompagniamo in un itinerario alla scoperta delle vestigia longobarde pavesi ancora presenti, e alla riscoperta di quelle perdute… [Continua su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017), in edicola].

© IMMAGINI, VIDEO E TESTI: PERCEVAL ARCHEOSTORIA / ELENA PERCIVALDI / MEDIOEVO —  RIPRODUZIONE RISERVATA

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MEDIOEVO in Lunigiana / Caprasio, un eremita tra gli idoli di pietra

(di ELENA PERCIVALDI) Nei pressi di Aulla (Massa), nel cuore della Lunigiana, si può ammirare ciò che resta del complesso abbaziale di S. Caprasio: un monumento importante, la cui storia plurisecolare è stata segnata da non poche traversie, che l’hanno perfino visto rischiare la distruzione completa durante la seconda guerra mondiale. Scampato il pericolo, esso si offre oggi ai visitatori e ai pellegrini che, come un tempo, percorrono la via Francigena.

IMG_20170802_155605Nell’ampio articolo (16 pagine interamente illustrate a colori) in edicola sul numero di agosto del mensile “Medioevo” (n. 247) vi racconto tutta la storia dell’abbazia, dalla sua fondazione ad opera degli Adalberti nel IX secolo in un luogo sacro sin dalla Preistoria (come mostrano le numerose statue stele trovate in zona), al bombardamento del 18 maggio 1944 che sventrò la chiesa lambendo le preziose reliquie di san Caprasio. E vi accompagno attraverso un itinerario che tocca alcune delle più belle pievi romaniche della Lunigiana: S.Stefano di Sorano a Filattiera con la sua suggestiva sagoma in pietra, S.Paolo di Vendaso a Fivizzano e i suoi bellissimi capitelli, SS. Cornelio e Cipriano a Codiponte e le sue memorie di culti ancestrali, fino al celebre Labirinto della chiesa di S. Pietro di Pontremoli, metafora del viaggio dell’uomo nel mondo e alla scoperta del Divino.

ALCUNE IMMAGINI

 

 

IL SERVIZIO

 

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Sempre su questo numero, potete leggere tra gli altri bellissimi articoli, anche il Dossier di Tommaso Indelli dedicato ai Normanni in Italia.

La lapide di Ursus, quel ritratto altomedievale in cerca di identità

Secondo la leggenda, alla metà del VI secolo, 300 monaci orientali lasciarono la propria terra per scampare al conflitto innescato dallo scisma di Acacio e trovarono rifugio in Italia. Due di loro, Giovanni e Lazzaro, scelsero l’Umbria per fondarvi un’abbazia, che, da una visione ricevuta in sogno, venne intitolata al principe degli apostoli: nasceva così a Ferentillo (Terni)  S. Pietro in Valle, uno dei gioielli dell’arte medievale, custodito dallo splendido scrigno verde di una delle valli più belle del Centro Italia, la Valnerina.

loca defAl monumento e alla sua storia ho dedicato un ampio articolo uscito sul mensile “Medioevo” nel febbraio 2015, da cui è tratto il box che qui sotto riproduco, relativo alla lapide di Ursus.

E l’abbazia darà teatro dal 19 al 21 maggio 2017 del grande evento Michaelica, nel segno dell’Arcangelo, che ho curato in collaborazione con Pro Loco e Comune di Ferentillo e con la partecipazione del gruppo storico Fortebraccio Veregrense.

L’evento si avvale del patrocinio istituzionale di: Regione Umbria e Comune di Ferentillo. Hanno concesso il patrocinio culturale: Associazione Italia Langobardorum, Centro Studi Longobardi, Festival del Medioevo, Associazione Culturale Italia Medievale, Rievocare, Anticae Viae.

 

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La lastra anteriore di marmo dell’altare della chiesetta dell’abbazia di San Pietro in Valle conserva una scena piuttosto originale. La didascalia che corre sui margini superiore e sinistro è la seguente: + HILDERICVS DAGILEOPA + IN HONORE(m) / S(an)C(t)I PETRI ET AMORE S(an)C(t)I LEO(nis) / ET S(an)C(t)I GRIGORII / PRO REMEDIO A(ni)M(ae). Si tratta quindi del pluteo fatto realizzare dal duca Ilderico Dagileopa, che resse il ducato di Spoleto tra il 739 e il 742 circa.

La lastra, fittamente decorata con motivi ornamentali a girandola e a rosa (probabili simboli solari), presenta al centro, ai piedi di tre oggetti a forma di croce (i patiboli del Golgotha? O forse tre croci astili? O ancora, tre flabelli, ventagli mutuati dall’uso orientale e utilizzati durante la liturgia?) due figure maschili barbute con copricapo aureolato e gonnellino (o tunica). Mentre l’uomo di destra non presenta particolari caratterizzazioni, quello di sinistra reca in mano un oggetto appuntito e tagliente, sopra e attorno al quale campeggia la scritta “VRSVS MAGESTER FECIT”.

Chi e cosa rappresentano? Entrambi sono ritratti in atteggiamento orante e con le braccia alzate, il che fa pensare che siano stati immortalati in un momento rituale: probabilmente il battesimo, se si considerano anche le due colombe e la coppa posta proprio sopra la testa della figura a destra. Il rito avveniva a quell’epoca ancora per immersione. A suggerire l’idea è anche il confronto con altre immagini coeve, che rappresentano inequivocabilmente scene di battesimo: così, ad esempio, il cofanetto in osso di san Ludger a Werden, che il monaco, evangelizzatore dei Frisoni e primo vescovo di Münster, usava come altare portatile (e la cui ordinazione episcopale è illustrata sempre con la stessa posizione in un codice del XII secolo conservato alla Biblioteca di Stato di Berlino). E così anche la teoria di figure scolpite sul sarcofago del vescovo Agilberto del Wessex conservato nella cripta dell’abbazia francese di Saint-Paul de Jouarre (ultimo quarto del VII secolo).

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Si è anche pensato che la scena ritragga il sacrificio di Isacco: quindi il personaggio a sinistra sarebbe Abramo che brandisce il coltello, e quello di destra, appunto, Isacco. Un’altra possibilità è che i due raffigurino il committente della lastra, ossia il duca Ilderico, a destra, e l’esecutore, ovvero Urso, a sinistra, con quest’ultimo che si ritrae con lo scalpello in mano e “firma” l’opera rivendicando orgogliosamente la paternità del lavoro. Una recente indagine di Donatella Scortecci ha però identificato nella prima figura il duca Ilderico con in mano lo scramasax, classico “attributo militare” longobardo, e nella seconda lo stesso duca che spogliatosi dell’arma riceve il battesimo e diventa monaco in abbazia. E oggi questa sembra l’ipotesi più accreditata.

La presenza del nome dell’artista nell’arte altomedievale è un evento raro: artefici e maestranze nella quasi totalità dei casi sono infatti rimasti anonimi. Le testimonianze giunte integre si contano sulle dita di una mano: oltre al problematico (per via della datazione) “Adam magister” che compare su una semicolonnina ad intreccio del IX secolo in Sant’Ambrogio di Milano, sappiamo di un altro “magister Ursus” immortalato con gli allievi Iuvintinus e Iuvianus su una colonnina del ciborio della pieve di San Giorgio in Valpolicella (Vr) e di un “magister Johannes” che compare sulla lastra di Cumiano nell’abbazia di Bobbio (Pc). C’è poi il “magister Gennarius” che firma la lastra tombale del venerabile Gudiris nella chiesa di Santa Croce a Savigliano (Cn). Infine un certo Paganus (uno stuccatore, probabilmente il capomastro) che incise il suo nome vicino ad una finestra del Tempietto longobardo di Cividale del Friuli (vedi il mio articolo su “Medioevo” n. 216). Quello di Ursus, e degli altri qui citati, sarebbe dunque un caso rarissimo, in quest’epoca, di autocoscienza della propria abilità. Bisognerà attendere Wiligelmo e Benedetto Antelami perché cominci a evidenziarsi un concetto più “moderno” e personale di artista, e con esso la rivendicazione orgogliosa, davanti al committente ma anche al pubblico, della propria opera creativa.

© COPYRIGHT Elena Percivaldi – Medioevo . ALL RIGHTS RESERVED. Riproduzione vietata

  • Elena Percivaldi, “Incanto in Valnerina”, in “Medioevo” n. 229 (febbraio 2016), pp. 92-103.

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(Da “Medioevo” n. 229 (febbraio 2016), pp. 92-103.)

 

MEDIOEVO / Tesori e misteri in Valle d’Aosta

La Collegiata di Sant’Orso ad Aosta
sul mensile “Medioevo” di gennaio 2017

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Ad Aosta c’è un grosso tiglio che da quasi cinquecento anni domina un luogo oggi centrale, ma un tempo situato poco al di fuori delle mura cittadine: piazzetta Sant’Orso. L’antico albero risale, a quanto sembra, nella prima metà del Cinquecento (lo ritrae un dipinto del 1514). prese il posto di un vecchio olmo caduto per il vento. La leggenda però lo vuole piantato dal santo che pur non essendo patrono di Aosta, è sicuramente il più celebre dentro e al di fuori dei confini regionali, non foss’altro che per la fiera artigianale – la Foire de Saint-Ours – che da secoli anima ogni fine gennaio il centro cittadino: Orso. Sulla piazza sorge anche il complesso dedicato a questo santo vissuto nel VI secolo: la Collegiata, l’attiguo Priorato e l’antistante, e oggi sconsacrata, chiesetta di S. Lorenzo. Insieme alla cattedrale, è l’insieme di edifici religiosi più importante della Valle d’Aosta perché conserva almeno due gioielli risalenti all’età romanica: un raro, sebbene frammentario, ciclo di affreschi e la complessa serie di capitelli del suo suggestivo chiostro, densi di significati simbolici…  (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

GALLERY (clicca sulle foto per ingrandire)

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LEGGENDE E STORIA SUI CAPITELLI

I capitelli romanici, fiore all’occhiello della Collegiata, ritraggono le scene bibliche con una vivacità e una ricchezza di particolari davvero unica. Difficile trovare accostamenti convincenti, sebbene dal punto di vista stilistico presentino alcune affinità con altri capitelli di area lombarda (basilica di San Michele Maggiore a Pavia) e soprattutto provenzale (chiostro di Saint-Trophime ad Arles e battistero di Saint-Martin d’Ainay a Lione). Sembra comunque probabile che l’anonima maestranza che operò nella realizzazione di questo capolavoro abbia portato con sé i moduli espressivi elaborati nella zona del medio Rodano, contribuendo a diffondere al di qua delle Alpi un linguaggio artistico che stava rivestendo un ruolo decisivo nell’elaborazione dell’arte romanica europea…. (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

GLI AFFRESCHI OTTONIANI

imagesVisibili solo su richiesta grazie ad un’apposita passerella nel sottotetto (vi si accede attraverso una scala a chiocciola), gli affreschi fatti realizzare da Anselmo durante il suo priorato sono di stupefacente bellezza e rappresentano, insieme a quelli di poco posteriori realizzati dalle stesse maestranze in Cattedrale, il documento pittorico più antico risalente al fulgido periodo ottoniano. In base allo stile sono state riscontrate similitudini con altri esempi noti di ambito “lombardo” con immediati confronti con i cicli della basilica di San Vincenzo in Galliano a Cantù (VEDI il mio articolo su MEDIOEVO, n. 226, Novembre 2015) e del battistero del Duomo di Novara. Solo poche scene si sono conservate: lungo la parete Nord, alcuni frammenti di un Giudizio Universale e le Nozze di Cana; nella parete Sud, le storie degli Apostoli (Sant’Andrea a Patrasso, San Giovanni Evangelista ad Efeso, San Giacomo Maggiore condannato a morte a Gerusalemme) e due miracoli di Gesù sul lago di Genezareth; la parete Ovest, in controfacciata, due scene di martirio: una di fustigazione (forse di Sant’Erasmo) e una in cui un aguzzino conficca dei chiodi nella pianta del piede di un santo non identificabile. Al di sopra corre un fregio a greca interrotto da riquadri con figure di uccelli, vasi, corone e un pesce. Come ha rilevato la storica dell’arte Sandra Barberi, “la rappresentazione è molto semplificata, le figure hanno volti dai lineamenti stilizzati e gesti ripetitivi, i contorni sono spessi e scuri, come disegnati a pennarello, i colori hanno mantenuto la vivacità originale”. Come si usava all’epoca, gli affreschi dovevano rendere comprensibili gli episodi delle Sacre Scritture e delle vite dei santi alla popolazione illetterata, ma essendo collocati in registri alti, potevano essere letti chiaramente anche stando in basso grazie ai contorni marcati e ai colori vivaci che facevano risaltare le scene. (Dal mensile Medioevo di gennaio 2017)

250px-ursusofaostaChi era sant’Orso?

Le fonti sulla biografia di Orso sono scarse e contraddittorie, ma soprattutto ricche di spunti leggendari che derivano dalla tradizione orale. Tra le principali si annovera l’anonima “Vita Beati Ursi”, pervenuta in due redazioni, una più antica e breve (VIII secolo-inizi IX) e la seconda più ampia ed elaborata (seconda metà del XIII secolo). Se ne desume che Orso fosse un presbitero vissuto ad Aosta fra il V e il VI secolo e che avesse il compito di custodire e celebrare nella chiesa di San Pietro (la futura Collegiata dunque), all’epoca fuori dal centro storico cittadino. Le Vite lo descrivono come un uomo semplice, pacifico e altruista che alla preghiera affiancava le opere di carità, l’assistenza ai malati, ai poveri, alle vedove e agli orfani. Viveva grazie al suo piccolo orto, i cui prodotti suddivideva in tre parti tra sé, gli indigenti e gli uccellini, che grati gli si posavano sulla testa e sulle spalle (e così lo rappresenta l’iconografia tradizionale). Altre vicende di sant’Orso sono raccolte nella Chronique curieuse scritta nel 1549 dal canonico Jean-Ludovic Vaudan e nella Vie de saint Ours di Nicolas-Joconde Arnod pubblicata a Chambéry nel 1668. Al Vaudan risale la leggenda di una sua presunta origine irlandese (non documentata e probabilmente invenzione dello stesso erudito): particolare che però ha permesso di suggerire una interpretazione sincretistica della sua figura con riferimento al mondo pagano, che chi scrive ha avuto modo di illustrare in alcune conferenze pubbliche in Valle d’Aosta (e che saranno trattate su Medioevo in un mio articolo di prossima pubblicazione)…. (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

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