MEDIOEVO DOSSIER / I colori di Castelseprio

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Tutto ebbe inizio il 7 maggio 1944, quando Gian Piero Bognetti si imbatté in una piccola chiesetta quasi inghiottita dal bosco, su un piccolo dosso fuori dal borgo di Castelseprio, una quindicina di chilometri da Varese. Il grande studioso, che già conosceva la zona avendo pubblicato nel 1930 un saggio sulle rovine del noto castrum, stava eseguendo un sopralluogo insieme agli altri membri del comitato scientifico che si occupava della redazione della monumentale “Storia di Milano” della Treccani. La chiesa era in rovina. Ma al suo interno celava un tesoro inestimabile: uno dei principali cicli pittorici dell’alto Medioevo italiano, miracolosamente sopravvissuto alle vicissitudini del tempo.

Gli affreschi rappresentano alcune scene dell’infanzia di Cristo ispirate ai Vangeli apocrifi, in particolare al Protovangelo di Giacomo, composto in greco intorno alla metà del II secolo e ricco di episodi narrati improntati al gusto per il sensazionale e il miracolistico, a tratti anche troppo ingenui. Ebbero una diffusione notevole: il testo fu copiato in Oriente per tutto il Medioevo e i suoi venticinque agili capitoletti ci sono giunti in ben 130 manoscritti.

Dal momento della scoperta in poi, Gian Piero Bognetti si dedicò anima e corpo allo studio della “sua” Santa Maria e lo fece collaborando fattivamente con altri due grandi menti dell’epoca, gli archeologi Alberto De Capitani d’Arzago e Gino Chierici, promuovendone anche il restauro. Frutto di questo lavoro appassionato e appassionante fu una prima monografia, scritta a sei mani, che uscì nel 1948 col titolo di “Santa Maria di Castelseprio” e che avrebbe rappresentato una pietra miliare negli studi sul tema. Il volume, attesissimo, doveva essere presentato nello stesso anno a Parigi durante il VI Congresso internazionale di Studi bizantini. Ma il De Capitani si spense improvvisamente nella notte tra il 29 e il 30 luglio, lasciando la comunità scientifica addolorata e incredula. Bognetti, e altri dopo di lui, continuarono l’opera di studio ed esegesi del sito, e scoprirono via via una realtà sempre più composita e affascinante. Dopo Santa Maria l’attenzione fu puntata sulla torre quadrangolare che si ergeva nella parte bassa della collina. E anche in questo caso le sorprese non mancarono: si scoprì che l’antico edificio, di origine bizantina, era stato inglobato più tardi in un monastero femminile, quello di Torba, e che celava interessanti affreschi. Tutto il complesso faceva parte di un insediamento sorto in età tardoantica, su un’altura a strapiombo dell’Olona, con funzioni militari, abitative e religiose di primissimo piano. Distrutto nella seconda metà del Duecento dalle truppe di Ottone Visconti, era come uno scrigno sepolto sotto terra. Pieno di tesori ancora da scoprire.

Volete conoscere tutti i segreti di Santa Maria foris Portas, uno dei sette gioielli del sito seriale Unesco “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”?

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