Libri… alla catena

© Elena Percivaldi – Perceval Archeostoria 2010-
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(di Elena Percivaldi) – Nel Medioevo un libro poteva valere una fortuna. Non c’era ancora la stampa a caratteri mobili, il supporto era solitamente la costosa pergamena (che si ricavava dalla lavorazione delle pelli di agnello o vitello) e ogni singola copia doveva essere scritta, ed eventualmente decorata, interamente a mano, con un lavoro che durava mesi. Non stupisce che chi possedesse anche un solo volume avesse tutto l’interesse ad assicurarsi che non fosse rubato. Per non parlare delle biblioteche, all’epoca concentrate negli enti ecclesiastici, le cui decine di tomi, spesso riccamente miniati, rappresentavano un tesoro che richiedeva una vigilanza continua.

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I furti potevano essere scongiurati in vari modi. Il primo, e più intuitivo, era quello di assicurare i volumi per mezzo di una catena di ferro agli scaffali della libreria, oppure direttamente al leggio dov’erano sistemati per la consultazione. Un esempio celebre di biblioteca “incatenata” è quella della Cattedrale di Hereford, in Inghilterra, che nelle sue stanze conserva ancora oggi numerosi scaffali stipati di volumi saldamente agganciati ai leggii. Anche i plutei (così vengono chiamati armadi e stalli delle antiche librerie) della quattrocentesca Biblioteca Malatestiana di Cesena presentano catenelle di ferro battuto a cui sono agganciati i codici di più comune consultazione. Si trattava di uno stratagemma ampiamente diffuso, come testimoniano numerosi volumi, ora sparsi nelle collezioni di altre collezioni nel mondo, che presentano ancora parte delle catene oppure tracce delle stesse in corrispondenza della legatura.
A volte i libri erano vincolati a pesanti credenze, come si può vedere nella libreria di Chetham a Manchester, oppure a grandi bauli, come nel Merton College di Oxford. In quest’ultimo caso, lo stratagemma risultava particolarmente efficace perché l’ingombrante contenitore, riempito com’era di volumi, risultava troppo pesante da spostare.

Antifurti magici
Ma chi poteva avere interesse a rubare un libro? Poteva trattarsi di ladri comuni, i quali non avendo accesso al contenuto si limitavano a sottrarre il testo per privarlo delle parti “nobili”, quali la legatura, che poteva contenere metalli preziosi. Fu la sorte del celeberrimo Libro di Kells, sottratto dalla sagrestia della chiesa nel 1006, in piena notte, e ritrovato qualche mese più tardi sotto un mucchio di terra, privato della sua “copertina” in oro e tempestata di gemme. Altre volte era l’intero volume a far gola, per via della rarità del testo oppure della preziosità delle illustrazioni. A commettere il furto erano anche gli stessi studiosi, spinti dalla passione bibliofila oppure dalla voglia di leggersi i volumi a casa, con calma e in santa pace.

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E chi non aveva la possibilità d’inchiodare i libri a uno scaffale o metterli sottochiave? In questo caso si affidava agli anatemi. Erik Kwakkel, professore all’Università della British Columbia e autore dello splendido blog “Medievalbooks.nl”, ha raccontato come alcuni codici contengano, spesso nell’ultimo folio, una maledizione, in latino oppure in volgare, contro chi avesse osato sottrarli: «Chi dovesse rubare questo libro» si legge su un lezionario del XII secolo, «o rimuoverlo malignamente dalla chiesa di Santa Cecilia, sia maledetto per sempre a meno che non lo riporti indietro e si penta per la sua azione».

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Gli anatemi sui manoscritti avevano toni perentori: «Chi dovesse rubarlo, sappia che nel giorno del Giudizio sarà accusato dal più santo dei martiri direttamente davanti al nostro Salvatore Gesù Cristo,» si legge su un codice dell’Historia scholastica di Pietro Comestore, del XIII secolo. Il costume è presente anche in Oriente: in calce a un codice appartenente al monastero di San Marco a Gerusalemme (nella foto qui sopra) sta scritto, in caratteri arabi, che chi dovesse sottrarre il libro «sarà maledetto dalla bocca di Dio. Dio, sia lodato, sarà furioso contro di lui. Amen».

Un caso interessante è dato da una scritta in calce a un codice del Trecento: «Chi mi ha trovasse o mi prendesse» si legge in inglese, vergato in scrittura gotica, «sappia che sono il libro di John Foss». Peccato che l’uomo, probabilmente uno studioso, lo avesse a sua volta sottratto al legittimo proprietario. A “inchiodarlo” (è proprio il caso di dirlo) è un’abrasione in corrispondenza della nota di possesso: John cancellò il nome precedente e lo sostituì disinvoltamente con il suo, che risulta tracciato con grafia diversa.

MM20[L’articolo è tratto dal bimestrale Medioevo Misterioso n. 20, in edicola dal 22 dicembre 2019]

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