Il fascino della Storia

Questo sito contiene informazioni sui miei libri e sugli articoli che scrivo per le varie riviste, testate e portali con cui collaboro:  Medioevo, Archeo, BBC History Italia, Storie di Guerre e Guerrieri, Civiltà Romana, Festival del Medioevo e altre.

Gli Editori con cui pubblico sono, tra gli altri: Giunti, National Geographic / White Star, Newton Compton, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Ancora Editrice, Edizioni del Capricorno. Alcuni dei miei libri sono stati tradotti anche all’estero.

 

SCOPERTE / Il georadar ritrova la città di Falerii Novi senza scavare — da Storie & ArcheoStorie

Le rovine, ancora sepolte sotto terra, sono state rintracciate grazie alle moderne tecnologie non invasive. L’abitato, oggi in provincia di Viterbo, nel III-II secolo a.C. era grande la metà di Pompei

via SCOPERTE / Il georadar ritrova la città di Falerii Novi senza scavare — Storie & ArcheoStorie

Gli Atlanti celesti, un successo internazionale (con National Geographic)

Grande successo internazionale per il libroAtlanti celesti. Un viaggio nel cielo attraverso l’età d’oro della cartografia di Elena Percivaldi pubblicato con la prestigiosa casa editrice National Geographic / White Star: dopo l’edizione italiana, ecco le edizioni inglese, slovacca, tedesca, polacca, ceca e cinese.  Qui il link per l’acquisto diretto dell’edizione italiana.

 

I più bei castelli della Lombardia e le loro storie in un nuovo libro

35 castelli Instagram

E’ uscito per la casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e al momento è in distribuzione nelle edicole lombarde l’ultimo libro di Elena Percivaldi, “35 Castelli imperdibili della Lombardia” (da fine maggio nelle librerie di tutta Italia).

Dalla quarta di copertina (versione estesa):

35 CastelliLa Lombardia è terra di castelli. Ve ne sono a decine, sparsi – anche se in maniera non omogenea – su tutto il territorio: che siano austere sentinelle a guardia di impervie vallate oppure grandi fortezze che dominano con la loro mole massiccia la pianura, conservano intatto dopo tanti secoli il fascino di chi è stato testimone della Storia. Questo libro non è, però, la solita “guida turistica” che elenca in maniera asettica le varie caratteristiche architettoniche dei singoli edifici, i capolavori presenti, gli artisti che hanno contribuito ad abbellirne l’aspetto.
E’ una narrazione appassionante che conduce per mano il visitatore a rivivere le tante vicende, a volte eroiche e a volte macabre, che si sono svolte tra le loro mura, a conoscere i protagonisti che – nel bene e nel male – ne hanno segnato il destino. Molti di essi furono eretti e conobbero il loro momento di maggior splendore come centri di potere e residenze di lusso durante la lunga dominazione dei Visconti e degli Sforza; altri, specie lungo l’Adda e l’Oglio, vennero al contrario costruiti per contrastarne le ambizioni, finendo per essere oggetto di aspri scontri tra il ducato di Milano e la Serenissima Repubblica di Venezia.

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Figure icastiche come quelle di Ottone, Bernabò, Filippo Maria e Gian Galeazzo Visconti o Francesco Sforza, donne risolute come Bianca Maria Visconti oppure vittime come Beatrice di Tenda, guerrieri indomiti come il celebre capitano di ventura Bartolomeo Colleoni sono solo alcuni dei personaggi che rivivono, con le loro imprese e le loro debolezze, in queste pagine, lungo un percorso rigorosamente documentato (pur senza rinunciare a raccontare, quando merita, la leggenda) ma nel contempo narrato con stile accattivante e godibile.
Il volume offre per ciascun castello, oltre alle informazioni per la visita, anche consigli su cosa fare nei dintorni – sport, escursioni, itinerari nella natura, tesori e bellezze nascoste –, sui prodotti tipici del territorio, gli appuntamenti e gli eventi da non perdere. Un vademecum irrinunciabile per gli amanti dell’arte e della storia ma anche per semplici curiosi e appassionati alla ricerca di idee per weekend o gite fuori porta da soli, in coppia o con tutta la famiglia: mai banali, sempre piacevoli e intriganti, comunque indimenticabili.

Libri… alla catena

© Elena Percivaldi – Perceval Archeostoria 2010-
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(di Elena Percivaldi) – Nel Medioevo un libro poteva valere una fortuna. Non c’era ancora la stampa a caratteri mobili, il supporto era solitamente la costosa pergamena (che si ricavava dalla lavorazione delle pelli di agnello o vitello) e ogni singola copia doveva essere scritta, ed eventualmente decorata, interamente a mano, con un lavoro che durava mesi. Non stupisce che chi possedesse anche un solo volume avesse tutto l’interesse ad assicurarsi che non fosse rubato. Per non parlare delle biblioteche, all’epoca concentrate negli enti ecclesiastici, le cui decine di tomi, spesso riccamente miniati, rappresentavano un tesoro che richiedeva una vigilanza continua.

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I furti potevano essere scongiurati in vari modi. Il primo, e più intuitivo, era quello di assicurare i volumi per mezzo di una catena di ferro agli scaffali della libreria, oppure direttamente al leggio dov’erano sistemati per la consultazione. Un esempio celebre di biblioteca “incatenata” è quella della Cattedrale di Hereford, in Inghilterra, che nelle sue stanze conserva ancora oggi numerosi scaffali stipati di volumi saldamente agganciati ai leggii. Anche i plutei (così vengono chiamati armadi e stalli delle antiche librerie) della quattrocentesca Biblioteca Malatestiana di Cesena presentano catenelle di ferro battuto a cui sono agganciati i codici di più comune consultazione. Si trattava di uno stratagemma ampiamente diffuso, come testimoniano numerosi volumi, ora sparsi nelle collezioni di altre collezioni nel mondo, che presentano ancora parte delle catene oppure tracce delle stesse in corrispondenza della legatura.
A volte i libri erano vincolati a pesanti credenze, come si può vedere nella libreria di Chetham a Manchester, oppure a grandi bauli, come nel Merton College di Oxford. In quest’ultimo caso, lo stratagemma risultava particolarmente efficace perché l’ingombrante contenitore, riempito com’era di volumi, risultava troppo pesante da spostare.

Antifurti magici
Ma chi poteva avere interesse a rubare un libro? Poteva trattarsi di ladri comuni, i quali non avendo accesso al contenuto si limitavano a sottrarre il testo per privarlo delle parti “nobili”, quali la legatura, che poteva contenere metalli preziosi. Fu la sorte del celeberrimo Libro di Kells, sottratto dalla sagrestia della chiesa nel 1006, in piena notte, e ritrovato qualche mese più tardi sotto un mucchio di terra, privato della sua “copertina” in oro e tempestata di gemme. Altre volte era l’intero volume a far gola, per via della rarità del testo oppure della preziosità delle illustrazioni. A commettere il furto erano anche gli stessi studiosi, spinti dalla passione bibliofila oppure dalla voglia di leggersi i volumi a casa, con calma e in santa pace.

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E chi non aveva la possibilità d’inchiodare i libri a uno scaffale o metterli sottochiave? In questo caso si affidava agli anatemi. Erik Kwakkel, professore all’Università della British Columbia e autore dello splendido blog “Medievalbooks.nl”, ha raccontato come alcuni codici contengano, spesso nell’ultimo folio, una maledizione, in latino oppure in volgare, contro chi avesse osato sottrarli: «Chi dovesse rubare questo libro» si legge su un lezionario del XII secolo, «o rimuoverlo malignamente dalla chiesa di Santa Cecilia, sia maledetto per sempre a meno che non lo riporti indietro e si penta per la sua azione».

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Gli anatemi sui manoscritti avevano toni perentori: «Chi dovesse rubarlo, sappia che nel giorno del Giudizio sarà accusato dal più santo dei martiri direttamente davanti al nostro Salvatore Gesù Cristo,» si legge su un codice dell’Historia scholastica di Pietro Comestore, del XIII secolo. Il costume è presente anche in Oriente: in calce a un codice appartenente al monastero di San Marco a Gerusalemme (nella foto qui sopra) sta scritto, in caratteri arabi, che chi dovesse sottrarre il libro «sarà maledetto dalla bocca di Dio. Dio, sia lodato, sarà furioso contro di lui. Amen».

Un caso interessante è dato da una scritta in calce a un codice del Trecento: «Chi mi ha trovasse o mi prendesse» si legge in inglese, vergato in scrittura gotica, «sappia che sono il libro di John Foss». Peccato che l’uomo, probabilmente uno studioso, lo avesse a sua volta sottratto al legittimo proprietario. A “inchiodarlo” (è proprio il caso di dirlo) è un’abrasione in corrispondenza della nota di possesso: John cancellò il nome precedente e lo sostituì disinvoltamente con il suo, che risulta tracciato con grafia diversa.

MM20[L’articolo è tratto dal bimestrale Medioevo Misterioso n. 20, in edicola dal 22 dicembre 2019]

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PUBBLICAZIONI / IN EDICOLA UNA NUOVA MONOGRAFIA SUGLI ETRUSCHI

E’ in edicola  la nuova monografia speciale VIVERE AL TEMPO DEGLI ETRUSCHI. I testi sono stati scritti da Elena Percivaldi, da Mario Galloni e da Cristiana Barandoni, tutti e tre parte del team di Storie & Archeostorie. La pubblicazione, edita da Sprea Editori e  interamente illustrata a colori, affronta tutti gli aspetti della vita e della civiltà etrusca e presenta anche un itinerario alla scoperta dei luoghi che ne conservano ancora oggi le tracce. Grazie a ANTICAE VIAE per la gentile collaborazione nel fornire alcune immagini di rievocazione, aspetto trattato in alcune pagine dedicate al tema. #SpreaEditori  In edicola e sul sito, in formato sia cartaceo che digitale:  http://sprea.it/rivista/18106
#Storia #archeologia

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Nuntio vobis: da questo mese curerò tre rubriche su BBC History….

BBC H(di Elena Percivaldi) E’ ufficiale, da questo mese curerò tre rubriche per la rivista BBC History Italia. Oltre che negli ormai consueti articoli di carattere storico e archeologico che già ho l’onore di pubblicare sul prestigioso mensile,  d’ora in poi mi occuperò anche delle frizzanti rubriche Omnibus, Domande & Risposte  e, da febbraio, Pietre Miliari.

Omnibus contiene 6 pagine di notizie sulle scoperte archeologiche più rilevanti, i personaggi, gli oggetti, le curiosità che hanno fatto la storia. In questo numero parlo, tra le altre cose, dell’erudito Ludovico Antonio Muratori, padre della storiografia moderna; dell’iconica Maschera di Agamennone e della terribile morte di Giovanni dalle Bande Nere, i cui punti oscuri sono stati chiariti qualche anno fa da Gino Fornaciari, direttore del Museo di Anatomia Patologica dell’Università di Pisa. Ma vi racconto anche perché non è vero che le spade dei Celti (con buona pace di Polibio) fossero di cattiva qualità, perché si dice “Alle Calende greche”, cosa significa “rivale”, che arma è lo scramasax; e ancora, la storia del tostapane e l’invenzione del forcipe.

Domande & Risposte, invece, propone in 4 pagine quesiti di vario genere e per tutti i gusti: non solo Storia (chi fu secondo la leggenda il primo Crociato che entrò a Gerusalemme nel 1099?) ma anche Religione (quando furono introdotte le festività di Ognissanti e dei Defunti?), Sport (quando fu giocata la prima partita ufficiale di calcio?), Musica (quando cessò il fenomeno dei castrati nella lirica?), Gastronomia storica (Qual è l’origine del pollo alla Marengo?),  Letteratura (di quale celebre battaglia è spettatore Fabrizio del Dongo, protagonista del romanzo “La Certosa di Parma” di Stendhal?).

Questo numero, però è speciale anche perché io e la mia amica Cristiana Barandoni abbiamo scritto assieme un lungo pezzo su 10 dei più interessanti “misteri” (o meglio, presunti tali) dell’archeologia, da Stonehenge alla tomba di Alessandro Magno  passando per il sepolcro di Gengis Khan, i Vichinghi di Ridgeway Hill e il luogo della battaglia di Teutoburgo.

Trovate poi un mio ricordo della disperata resistenza dei Tercio spagnoli alla battaglia di Rocroi (1643) e un altro mio articolo di 6 pagine su Emmeline Pankhurst, la leader delle suffragette che si batté per il diritto di voto alle donne. Il contributo lancia l’ampia monografia in uscita sui Grandi Rivoluzionari della storia (trovate tutte le info qui), nella quale ho raccontato in esteso le vicende non solo della Pankhurst ma anche di Cola di Rienzo e George Washington. Vi aspetto in edicola! (Elena Percivaldi)

Trovate BBC History n. 81 (gennaio 2018)  in edicola a euro 5,90 oppure a euro 2,50 in digitale, qui: http://sprea.it/rivista/13348

 

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MEDIOEVO / Sulle strade della capitale: alla scoperta di Pavia longobarda

l2Oltre trecento reperti, molti dei quali inediti, trovati in occasione degli scavi degli ultimi anni oppure riemersi da un’approfondita indagine nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e che quindi saranno esposti per la prima volta in assoluto al pubblico. “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”  si annuncia come la più importante mostra mai realizzata sui Longobardi.  Sarà ospitata in tre sedi:   dal primo settembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al MANN di Napoli  e ad aprile 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo.
 

In occasione della mostra, il prestigioso mensile Medioevo ha pubblicato un ampio dossier sui Longobardi a firma di Susanna Zatti (Direttrice dei Musei Civici di Pavia), Gian Pietro Brogiolo (co-curatore, con Federico Marazzi, dell’esposizione) ed Elena Percivaldi (medievista).

Elena Percivaldi ha ripercorso in un lungo itinerario i luoghi, ancora esistenti o scomparsi, di due secoli di storia longobarda. Ecco qui di seguito l’inizio dell’articolo.
Il testo completo è pubblicato su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017).


Sulle strade della capitale

di Elena Percivaldi*

 

5. Pavia

Pluteo dell’Agnus Dei. Pavia, Musei Civici

Nel 572, dopo quasi tre anni di assedio, Alboino entrava in Pavia e sceglieva la città come capitale di un regno, quello longobardo, destinato a durare fino alla conquista – nel 774 – da parte di Carlo Magno. Ma l’uscita di scena dell’ultimo sovrano longobardo, Desiderio, esule in Francia, non poté certo cancellare l’impronta data dai Longobardi alla città in due secoli di storia. Ticinum – questo l’antico nome della città: Papia, da cui Pavia, entrò in uso proprio in età longobarda – era stata fondata dai Romani in un territorio occupato dalle tribù galliche: a loro si deve la pianta ortogonale ancora oggi ben visibile, che ricalca il consueto modello del “castrum”. Situata sul fiume Ticino a pochi chilometri dalla confluenza nel Po, sulla strada che da Milano portava a Genova, la città era un crocevia di importanti collegamenti terrestri e fluviali. Già sede di zecca durante l’impero, Pavia fu occupata dai Goti e dotata da Teodorico di un grande palazzo regio, poi nel 540, caduta Ravenna nelle mani di Belisario in piena guerra greco-gotica, venne scelta come nuova capitale del regno ostrogoto rivestendo un ruolo di primo piano sullo scacchiere italiano fino, appunto, all’arrivo dei Longobardi. Anche per questo Alboino e i suoi successori si trasferirono nel palazzo regio di Teodorico e lo ingrandirono, poi dotarono la città di monumenti e, dopo la conversione al cristianesimo, di importanti chiese e monasteri: San Michele Maggiore, San Pietro in Ciel d’Oro, Sant’Eusebio, San Giovanni Domnarum, Santa Maria alle Cacce, San Salvatore, Sant’Agata al Monte, Santa Maria alle Pertiche, Santo Stefano.

Di tale splendore oggi sono rimaste poche tracce. Oltre al trascorrere dei secoli, la città longobarda dovette subire un rovinoso assedio, nel 924, da parte degli Ungari, poi nel 1004 fu semidistrutta da un vasto incendio che, riporta un anonimo cronista tedesco, “arse tutti gli edifici che l’illustre maestria degli antichi aveva innalzato”. Ciò che restava ancora intatto fu messo a ferro e fuoco nell’estate 1024 da una rivolta scoppiata alla morte dell’imperatore Enrico II, e poi raso al suolo dal terribile terremoto che nel 1117 ridusse in rovina buona parte dell’Italia settentrionale. In età barocca le chiese furono conformate ai dettami della Controriforma; il colpo di grazia, infine, arrivò con le risistemazioni urbanistiche dell’Ottocento, che nell’adattare il volto di Pavia alle esigenze “moderne” non risparmiarono edifici millenari. Dopo mille anni di oblio, oggi la città altomedievale torna visibile grazie alle ricostruzioni 3D create in occasione della grande mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, che consentono di sorvolarla com’era restituendo anche i contesti, oggi perduti, in cui erano collocati i tesori esposti nella sezione longobarda permanente dei Musei civici nel Castello. Le tre cripte di S. Eusebio, S. Felice, S. Giovanni Domnarum saranno inoltre aperte con orari estesi nei fine settimana (per informazioni e aggiornamenti: www.mostralongobardi.it). In occasione dell’evento, vi accompagniamo in un itinerario alla scoperta delle vestigia longobarde pavesi ancora presenti, e alla riscoperta di quelle perdute… [Continua su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017), in edicola].

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MEDIOEVO in Lunigiana / Caprasio, un eremita tra gli idoli di pietra

(di ELENA PERCIVALDI) Nei pressi di Aulla (Massa), nel cuore della Lunigiana, si può ammirare ciò che resta del complesso abbaziale di S. Caprasio: un monumento importante, la cui storia plurisecolare è stata segnata da non poche traversie, che l’hanno perfino visto rischiare la distruzione completa durante la seconda guerra mondiale. Scampato il pericolo, esso si offre oggi ai visitatori e ai pellegrini che, come un tempo, percorrono la via Francigena.

IMG_20170802_155605Nell’ampio articolo (16 pagine interamente illustrate a colori) in edicola sul numero di agosto del mensile “Medioevo” (n. 247) vi racconto tutta la storia dell’abbazia, dalla sua fondazione ad opera degli Adalberti nel IX secolo in un luogo sacro sin dalla Preistoria (come mostrano le numerose statue stele trovate in zona), al bombardamento del 18 maggio 1944 che sventrò la chiesa lambendo le preziose reliquie di san Caprasio. E vi accompagno attraverso un itinerario che tocca alcune delle più belle pievi romaniche della Lunigiana: S.Stefano di Sorano a Filattiera con la sua suggestiva sagoma in pietra, S.Paolo di Vendaso a Fivizzano e i suoi bellissimi capitelli, SS. Cornelio e Cipriano a Codiponte e le sue memorie di culti ancestrali, fino al celebre Labirinto della chiesa di S. Pietro di Pontremoli, metafora del viaggio dell’uomo nel mondo e alla scoperta del Divino.

ALCUNE IMMAGINI

 

 

IL SERVIZIO

 

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Sempre su questo numero, potete leggere tra gli altri bellissimi articoli, anche il Dossier di Tommaso Indelli dedicato ai Normanni in Italia.

MEDIOEVO DOSSIER / I colori di Castelseprio

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Tutto ebbe inizio il 7 maggio 1944, quando Gian Piero Bognetti si imbatté in una piccola chiesetta quasi inghiottita dal bosco, su un piccolo dosso fuori dal borgo di Castelseprio, una quindicina di chilometri da Varese. Il grande studioso, che già conosceva la zona avendo pubblicato nel 1930 un saggio sulle rovine del noto castrum, stava eseguendo un sopralluogo insieme agli altri membri del comitato scientifico che si occupava della redazione della monumentale “Storia di Milano” della Treccani. La chiesa era in rovina. Ma al suo interno celava un tesoro inestimabile: uno dei principali cicli pittorici dell’alto Medioevo italiano, miracolosamente sopravvissuto alle vicissitudini del tempo.

Gli affreschi rappresentano alcune scene dell’infanzia di Cristo ispirate ai Vangeli apocrifi, in particolare al Protovangelo di Giacomo, composto in greco intorno alla metà del II secolo e ricco di episodi narrati improntati al gusto per il sensazionale e il miracolistico, a tratti anche troppo ingenui. Ebbero una diffusione notevole: il testo fu copiato in Oriente per tutto il Medioevo e i suoi venticinque agili capitoletti ci sono giunti in ben 130 manoscritti.

Dal momento della scoperta in poi, Gian Piero Bognetti si dedicò anima e corpo allo studio della “sua” Santa Maria e lo fece collaborando fattivamente con altri due grandi menti dell’epoca, gli archeologi Alberto De Capitani d’Arzago e Gino Chierici, promuovendone anche il restauro. Frutto di questo lavoro appassionato e appassionante fu una prima monografia, scritta a sei mani, che uscì nel 1948 col titolo di “Santa Maria di Castelseprio” e che avrebbe rappresentato una pietra miliare negli studi sul tema. Il volume, attesissimo, doveva essere presentato nello stesso anno a Parigi durante il VI Congresso internazionale di Studi bizantini. Ma il De Capitani si spense improvvisamente nella notte tra il 29 e il 30 luglio, lasciando la comunità scientifica addolorata e incredula. Bognetti, e altri dopo di lui, continuarono l’opera di studio ed esegesi del sito, e scoprirono via via una realtà sempre più composita e affascinante. Dopo Santa Maria l’attenzione fu puntata sulla torre quadrangolare che si ergeva nella parte bassa della collina. E anche in questo caso le sorprese non mancarono: si scoprì che l’antico edificio, di origine bizantina, era stato inglobato più tardi in un monastero femminile, quello di Torba, e che celava interessanti affreschi. Tutto il complesso faceva parte di un insediamento sorto in età tardoantica, su un’altura a strapiombo dell’Olona, con funzioni militari, abitative e religiose di primissimo piano. Distrutto nella seconda metà del Duecento dalle truppe di Ottone Visconti, era come uno scrigno sepolto sotto terra. Pieno di tesori ancora da scoprire.

Volete conoscere tutti i segreti di Santa Maria foris Portas, uno dei sette gioielli del sito seriale Unesco “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”?

Trovate il mio articolo (14 pagine interamente illustrate a colori) sul nuovo Medioevo Dossier. In edicola!

 

IN EDICOLA / Lechfeld, 955: quando Ottone fermò la minaccia Ungara

Lechfeld1457“De sagittis Hungarorum libera nos, Domine”, o Signore difendici dalle frecce degli Ungari. Questa vibrante preghiera, contenuta in un manoscritto modenese, riflette l’ondata di terrore che tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo percorse l’Europa centro-meridionale a causa degli Ungari, un insieme di tribù pagane di origine ugrofinnica provenienti dalle steppe euroasiatiche.
Per oltre un secolo esse dilagarono facilitate dallo stato di profonda crisi in cui versavano le strutture del vecchio impero carolingio, dilaniate da continue lotte per la successione. Dopo aver gettato intere zone nella più completa prostrazione ed essersi spinti a saccheggiare e incendiare città importanti come Pavia, a bloccare la minaccia fu il re di Germania Ottone I, che il 10 agosto 955 a Lechfeld, nei pressi di Augusta, inflisse agli Ungari una rovinosa e determinante sconfitta. I superstiti, costretti alla fuga,  ripararono in Ungheria dove mezzo secolo dopo il loro capo Vaik, convertitosi al Cristianesimo e battezzato con il nome di Stefano, avrebbe dato vita al regno ungherese, destinato a rivestire una importanza decisiva sullo scacchiere dell’Europa orientale. Grazie a questa decisiva vittoria, Ottone si aprì inoltre la strada per Roma, dove avrebbe cinto di lì a poco la corona imperiale.

L’articolo completo (6 pagine tutte illustrate) in edicola su Storie di Guerre e Guerrieri, il bimestrale di Sprea Editori dedicato all’arte militare, e prossimamente su Festival del Medioevo.