Il fascino della Storia

Questo sito conterrà informazioni sugli articoli che scrivo per le varie riviste con cui collaboro:

Annunci

MEDIOEVO / Sulle strade della capitale: alla scoperta di Pavia longobarda

l2Oltre trecento reperti, molti dei quali inediti, trovati in occasione degli scavi degli ultimi anni oppure riemersi da un’approfondita indagine nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e che quindi saranno esposti per la prima volta in assoluto al pubblico. “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”  si annuncia come la più importante mostra mai realizzata sui Longobardi.  Sarà ospitata in tre sedi:   dal primo settembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al MANN di Napoli  e ad aprile 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo.
 

In occasione della mostra, il prestigioso mensile Medioevo ha pubblicato un ampio dossier sui Longobardi a firma di Susanna Zatti (Direttrice dei Musei Civici di Pavia), Gian Pietro Brogiolo (co-curatore, con Federico Marazzi, dell’esposizione) ed Elena Percivaldi (medievista).

Elena Percivaldi ha ripercorso in un lungo itinerario i luoghi, ancora esistenti o scomparsi, di due secoli di storia longobarda. Ecco qui di seguito l’inizio dell’articolo.
Il testo completo è pubblicato su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017).


Sulle strade della capitale

di Elena Percivaldi*

 

5. Pavia

Pluteo dell’Agnus Dei. Pavia, Musei Civici

Nel 572, dopo quasi tre anni di assedio, Alboino entrava in Pavia e sceglieva la città come capitale di un regno, quello longobardo, destinato a durare fino alla conquista – nel 774 – da parte di Carlo Magno. Ma l’uscita di scena dell’ultimo sovrano longobardo, Desiderio, esule in Francia, non poté certo cancellare l’impronta data dai Longobardi alla città in due secoli di storia. Ticinum – questo l’antico nome della città: Papia, da cui Pavia, entrò in uso proprio in età longobarda – era stata fondata dai Romani in un territorio occupato dalle tribù galliche: a loro si deve la pianta ortogonale ancora oggi ben visibile, che ricalca il consueto modello del “castrum”. Situata sul fiume Ticino a pochi chilometri dalla confluenza nel Po, sulla strada che da Milano portava a Genova, la città era un crocevia di importanti collegamenti terrestri e fluviali. Già sede di zecca durante l’impero, Pavia fu occupata dai Goti e dotata da Teodorico di un grande palazzo regio, poi nel 540, caduta Ravenna nelle mani di Belisario in piena guerra greco-gotica, venne scelta come nuova capitale del regno ostrogoto rivestendo un ruolo di primo piano sullo scacchiere italiano fino, appunto, all’arrivo dei Longobardi. Anche per questo Alboino e i suoi successori si trasferirono nel palazzo regio di Teodorico e lo ingrandirono, poi dotarono la città di monumenti e, dopo la conversione al cristianesimo, di importanti chiese e monasteri: San Michele Maggiore, San Pietro in Ciel d’Oro, Sant’Eusebio, San Giovanni Domnarum, Santa Maria alle Cacce, San Salvatore, Sant’Agata al Monte, Santa Maria alle Pertiche, Santo Stefano.

Di tale splendore oggi sono rimaste poche tracce. Oltre al trascorrere dei secoli, la città longobarda dovette subire un rovinoso assedio, nel 924, da parte degli Ungari, poi nel 1004 fu semidistrutta da un vasto incendio che, riporta un anonimo cronista tedesco, “arse tutti gli edifici che l’illustre maestria degli antichi aveva innalzato”. Ciò che restava ancora intatto fu messo a ferro e fuoco nell’estate 1024 da una rivolta scoppiata alla morte dell’imperatore Enrico II, e poi raso al suolo dal terribile terremoto che nel 1117 ridusse in rovina buona parte dell’Italia settentrionale. In età barocca le chiese furono conformate ai dettami della Controriforma; il colpo di grazia, infine, arrivò con le risistemazioni urbanistiche dell’Ottocento, che nell’adattare il volto di Pavia alle esigenze “moderne” non risparmiarono edifici millenari. Dopo mille anni di oblio, oggi la città altomedievale torna visibile grazie alle ricostruzioni 3D create in occasione della grande mostra “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, che consentono di sorvolarla com’era restituendo anche i contesti, oggi perduti, in cui erano collocati i tesori esposti nella sezione longobarda permanente dei Musei civici nel Castello. Le tre cripte di S. Eusebio, S. Felice, S. Giovanni Domnarum saranno inoltre aperte con orari estesi nei fine settimana (per informazioni e aggiornamenti: www.mostralongobardi.it). In occasione dell’evento, vi accompagniamo in un itinerario alla scoperta delle vestigia longobarde pavesi ancora presenti, e alla riscoperta di quelle perdute… [Continua su “Medioevo” n. 248 (settembre 2017), in edicola].

© IMMAGINI, VIDEO E TESTI: PERCEVAL ARCHEOSTORIA / ELENA PERCIVALDI / MEDIOEVO —  RIPRODUZIONE RISERVATA

GALLERY FOTO

 

MEDIOEVO in Lunigiana / Caprasio, un eremita tra gli idoli di pietra

(di ELENA PERCIVALDI) Nei pressi di Aulla (Massa), nel cuore della Lunigiana, si può ammirare ciò che resta del complesso abbaziale di S. Caprasio: un monumento importante, la cui storia plurisecolare è stata segnata da non poche traversie, che l’hanno perfino visto rischiare la distruzione completa durante la seconda guerra mondiale. Scampato il pericolo, esso si offre oggi ai visitatori e ai pellegrini che, come un tempo, percorrono la via Francigena.

IMG_20170802_155605Nell’ampio articolo (16 pagine interamente illustrate a colori) in edicola sul numero di agosto del mensile “Medioevo” (n. 247) vi racconto tutta la storia dell’abbazia, dalla sua fondazione ad opera degli Adalberti nel IX secolo in un luogo sacro sin dalla Preistoria (come mostrano le numerose statue stele trovate in zona), al bombardamento del 18 maggio 1944 che sventrò la chiesa lambendo le preziose reliquie di san Caprasio. E vi accompagno attraverso un itinerario che tocca alcune delle più belle pievi romaniche della Lunigiana: S.Stefano di Sorano a Filattiera con la sua suggestiva sagoma in pietra, S.Paolo di Vendaso a Fivizzano e i suoi bellissimi capitelli, SS. Cornelio e Cipriano a Codiponte e le sue memorie di culti ancestrali, fino al celebre Labirinto della chiesa di S. Pietro di Pontremoli, metafora del viaggio dell’uomo nel mondo e alla scoperta del Divino.

ALCUNE IMMAGINI

 

 

IL SERVIZIO

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Sempre su questo numero, potete leggere tra gli altri bellissimi articoli, anche il Dossier di Tommaso Indelli dedicato ai Normanni in Italia.

MEDIOEVO DOSSIER / I colori di Castelseprio

santa maria1

Tutto ebbe inizio il 7 maggio 1944, quando Gian Piero Bognetti si imbatté in una piccola chiesetta quasi inghiottita dal bosco, su un piccolo dosso fuori dal borgo di Castelseprio, una quindicina di chilometri da Varese. Il grande studioso, che già conosceva la zona avendo pubblicato nel 1930 un saggio sulle rovine del noto castrum, stava eseguendo un sopralluogo insieme agli altri membri del comitato scientifico che si occupava della redazione della monumentale “Storia di Milano” della Treccani. La chiesa era in rovina. Ma al suo interno celava un tesoro inestimabile: uno dei principali cicli pittorici dell’alto Medioevo italiano, miracolosamente sopravvissuto alle vicissitudini del tempo.

Gli affreschi rappresentano alcune scene dell’infanzia di Cristo ispirate ai Vangeli apocrifi, in particolare al Protovangelo di Giacomo, composto in greco intorno alla metà del II secolo e ricco di episodi narrati improntati al gusto per il sensazionale e il miracolistico, a tratti anche troppo ingenui. Ebbero una diffusione notevole: il testo fu copiato in Oriente per tutto il Medioevo e i suoi venticinque agili capitoletti ci sono giunti in ben 130 manoscritti.

Dal momento della scoperta in poi, Gian Piero Bognetti si dedicò anima e corpo allo studio della “sua” Santa Maria e lo fece collaborando fattivamente con altri due grandi menti dell’epoca, gli archeologi Alberto De Capitani d’Arzago e Gino Chierici, promuovendone anche il restauro. Frutto di questo lavoro appassionato e appassionante fu una prima monografia, scritta a sei mani, che uscì nel 1948 col titolo di “Santa Maria di Castelseprio” e che avrebbe rappresentato una pietra miliare negli studi sul tema. Il volume, attesissimo, doveva essere presentato nello stesso anno a Parigi durante il VI Congresso internazionale di Studi bizantini. Ma il De Capitani si spense improvvisamente nella notte tra il 29 e il 30 luglio, lasciando la comunità scientifica addolorata e incredula. Bognetti, e altri dopo di lui, continuarono l’opera di studio ed esegesi del sito, e scoprirono via via una realtà sempre più composita e affascinante. Dopo Santa Maria l’attenzione fu puntata sulla torre quadrangolare che si ergeva nella parte bassa della collina. E anche in questo caso le sorprese non mancarono: si scoprì che l’antico edificio, di origine bizantina, era stato inglobato più tardi in un monastero femminile, quello di Torba, e che celava interessanti affreschi. Tutto il complesso faceva parte di un insediamento sorto in età tardoantica, su un’altura a strapiombo dell’Olona, con funzioni militari, abitative e religiose di primissimo piano. Distrutto nella seconda metà del Duecento dalle truppe di Ottone Visconti, era come uno scrigno sepolto sotto terra. Pieno di tesori ancora da scoprire.

Volete conoscere tutti i segreti di Santa Maria foris Portas, uno dei sette gioielli del sito seriale Unesco “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”?

Trovate il mio articolo (14 pagine interamente illustrate a colori) sul nuovo Medioevo Dossier. In edicola!

 

IN EDICOLA / Lechfeld, 955: quando Ottone fermò la minaccia Ungara

Lechfeld1457“De sagittis Hungarorum libera nos, Domine”, o Signore difendici dalle frecce degli Ungari. Questa vibrante preghiera, contenuta in un manoscritto modenese, riflette l’ondata di terrore che tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo percorse l’Europa centro-meridionale a causa degli Ungari, un insieme di tribù pagane di origine ugrofinnica provenienti dalle steppe euroasiatiche.
Per oltre un secolo esse dilagarono facilitate dallo stato di profonda crisi in cui versavano le strutture del vecchio impero carolingio, dilaniate da continue lotte per la successione. Dopo aver gettato intere zone nella più completa prostrazione ed essersi spinti a saccheggiare e incendiare città importanti come Pavia, a bloccare la minaccia fu il re di Germania Ottone I, che il 10 agosto 955 a Lechfeld, nei pressi di Augusta, inflisse agli Ungari una rovinosa e determinante sconfitta. I superstiti, costretti alla fuga,  ripararono in Ungheria dove mezzo secolo dopo il loro capo Vaik, convertitosi al Cristianesimo e battezzato con il nome di Stefano, avrebbe dato vita al regno ungherese, destinato a rivestire una importanza decisiva sullo scacchiere dell’Europa orientale. Grazie a questa decisiva vittoria, Ottone si aprì inoltre la strada per Roma, dove avrebbe cinto di lì a poco la corona imperiale.

L’articolo completo (6 pagine tutte illustrate) in edicola su Storie di Guerre e Guerrieri, il bimestrale di Sprea Editori dedicato all’arte militare, e prossimamente su Festival del Medioevo.

 

Michaelica, i Longobardi in Umbria nel segno dell’Arcangelo

da Medioevo n. 224 (maggio 2017). © Elena Percivaldi / Medioevo. Riproduzione vietata.
Ripreso da Festival del Medioevo (grazie!!)

 

Archangel_Mikhail_and_DevilMi-ka-El, quis ut Deus, chi è come Dio? Custode di Israele, difensore della fede contro Satana e i suoi angeli ribelli, l’Arcangelo Michele trae le sue caratteristiche dal libro biblico dell’Apocalisse e come tale è rappresentato con due grandi ali, rivestito da un’ampia corazza e armato di spada o lancia, con le quali trafigge il drago che incarna Satana. Egli infatti è il princeps militiae caelestis, ossia il comandante che guidò l’esercito celeste contro gli angeli ribelli e li sconfisse, precipitandoli a terra. Equiparato a un santo, e guerriero per eccellenza, ha tra le sue prerogative anche la psicostasìa, ossia la facoltà di soppesare le anime in vista del Giudizio Universale. Per queste sue caratteristiche, in tutto o in parte comuni anche ad alcune divinità precristiane (ad esempio il classico Mercurio-Hermes) l’Arcangelo divenne figura assai popolare sia in Oriente, dove tradizionalmente è rappresentato come un alto dignitario di corte, sia in Occidente, che invece ne ha enfatizzato l’aspetto bellicoso. Qui a venerarlo furono in particolare i Longobardi, che gli dedicarono numerosi santuari e luoghi di culto in tutta Italia elevandolo al rango di santo “nazionale” .
Le ragioni di questa predilezione sono molteplici e per comprenderle è necessario considerare brevemente la situazione religiosa dei Longobardi e il loro panorama culturale di riferimento prima e subito dopo il loro ingresso nella penisola italiana. All’arrivo in Italia, nel 568, i Longobardi pagani lo erano ancora in massima parte: solo l’élite guerriera – ma la questione è assai controversa – poteva aver aderito al Cristianesimo nella sua versione ariana, professante la sola natura umana di Cristo e pertanto giudicata eretica sin dal concilio di Nicea del 325.

theodelinda_married_agilulf_detail

L’ “imprimatur” della coppia regnante Il lungo ed elaborato processo di conversione della gens Langobardorum ebbe invece inizio circa un quarantennio dopo l’ingresso nella penisola e fu voluto e favorito dai sovrani Agilulfo (591-616) e Teodolinda – lei bavarese e cattolica – nel quadro delle iniziative da loro adottate allo scopo di consolidare il regno in vista della ripresa della politica espansionista ai danni di Bisanzio.
L’avvio della conversione fu possibile grazie all’asse stabilito dalla coppia regnante con il Papato, retto all’epoca da un uomo energico come Gregorio Magno (590-604), nel tentativo di ottenerne l’appoggio nel delicato e sempre precario quadro politico interno, caratterizzato da frequenti ribellioni al potere centrale da parte dei duchi più periferici. Un ruolo decisivo nel processo di evangelizzazione fu ricoperto dalla fondazione, durante tutto il VII e l’VIII secolo, di numerosi monasteri e chiese, e dal culto dei santi cui erano intitolati. I Longobardi ne percepivano alcuni come affini alle divinità pagane che veneravano nel loro pantheon tradizionale e l’Arcangelo era proprio uno di questi: egli infatti ricordava molto da vicino il Godan/Odino/Wotan cui si erano votati in tempi remoti e non solo perché legato alla guerra e protettore di eroi e guerrieri, bensì anche perché entrambe le figure erano considerate psicopompo, ossia accompagnavano le anime dei defunti nell’Aldilà.

Il “tempietto” e la chiesa “maggiore” All’Arcangelo i Longobardi dedicarono edifici religiosi in tutta l’area da loro occupata. A Cividale, primo ducato fondato subito dopo il loro ingresso in Italia e centro di primissimo piano nell’VIII secolo durante il ducato di Pemmone e del figlio (e futuro re) Astolfo, il “Tempietto longobardo” edificato da quest’ultimo – oggi Oratorio di Santa Maria in Valle – vanta tra gli altri gioielli artistici una lunetta della porta in mezzo alla quale, contornato da motivi ornamentali a grappoli e vitigni, è raffigurato il Cristo tra gli arcangeli Michele e Gabriele.

pavia_chiesa_di_san_michele1

Il culto fu poi importantissimo nella capitale del regnum, Pavia, la cui chiesa maggiore («quae dicitur maior») era proprio la basilica di san Michele, la più grande delle quattro dedicate all’Arcangelo che col tempo sorsero in città. Considerata come templum regium, ossia chiesa regia, per la sua stretta dipendenza dal Palatium eretto già dal goto Teodorico nel VI secolo e restaurato dai Longobardi, la basilica di San Michele sarebbe sempre stata al centro della vita politica e delle vicende private dei sovrani ospitando battesimi di rampolli illustri e incoronazioni di re italici per tutto il Medioevo: da Berengario I (nell’anno 888) a Lodovico III (900), da Ugo (926) a Berengario II e al figlio Adalberto (950), da Arduino d’Ivrea (1002) a Enrico il Santo (1004), a Federico Barbarossa (1155). Subì svariate vicissitudini, dal saccheggio degli Ungari nel 924 all’incendio del 1004, fino al terribile terremoto del 1117 che la danneggiò al punto tale che dovette essere abbattuta. Al suo posto, fu costruito l’edificio che, salvo alcune modifiche, si può ammirare ancora oggi.
La chiesa, in perfetto ossequio del resto al ruolo di custos (custode) rivestito da san Michele, fu luogo di rifugio di ribelli in almeno due occasioni, entrambe narrate da Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum. La prima nel 642, quando un certo Unulfo, fedele servo del re Bertarido, vi trovò scampo dalle ire di re Grimoaldo; la seconda nel 737, quando un tale Herfemar, sodale del duca Pennone che si era ribellato a re Liutprando, vi si nascose per evitare la cattura, addirittura con la spada guainata. Il Chronicon Novalicense, redatto entro la prima metà dell’XI secolo, narra poi come durante l’assedio finale di Pavia da parte dei Franchi – correva l’anno 774 – il re Desiderio vi si recasse ogni sera a pregare.

La Sacra di San Michele FDM

Il rifiuto del duca Quanto il culto dell’Arcangelo fosse diffuso e sentito è dimostrato anche da un altro celebre episodio, riportato anch’esso dal Diacono, verificatosi appena prima della battaglia di Cornate d’Adda – nella pianura tra Milano e Bergamo -, che nel 688 vide scontrarsi l’esercito di re Cuniperto, filocattolico e fautore di una politica di pacificazione con Bisanzio, e i duchi “tradizionalisti” del Nordest, capeggiati dal duca di Trento Alachis. Narra il cronista che Alachis, sfidato dal sovrano in persona, rifiutò di combattere con lui perché fra le lance del re aveva scorto l’immagine sacra dell’Arcangelo, sulla quale anch’egli aveva prestato giuramento. Dopo la battaglia, vinta da Cuniperto, il re edificò sul luogo un monastero dedicato a san Giorgio, altro santo guerriero già protettore della cavalleria bizantina e ora “arruolato” di diritto tra le fila dell’esercito longobardo.
Sempre nella Langobardia maior, uno dei santuari di spicco era la Sacra di San Michele, a Susa, lungo il Valico del Moncenisio. Si trattava della prima tappa in territorio italiano, venendo dalle Alpi, della cosiddetta Via Sacra Langobardorum, itinerario percorso dai pellegrini che dal monastero di Mont Saint-Michel in Normandia portava al santuario di San Michele sul Gargano (di cui parleremo fra breve) per poi continuare fino alla Terra Santa. Oltre all’eremo (“Spelonca di San Michele”) consacrato da san Colombano a Coli vicino al monastero da lui fondato a Bobbio su terreni demaniali donati sempre da Agilulfo e Teodolinda – siamo nel 613 circa -, altre importanti chiese dedicate all’Arcangelo si trovano a Lucca, che fu capoluogo del ducato di Tuscia, e nel suo territorio.

costantinoi

Alla conquista della “minor Nella cosiddetta Langobardia minor, ossia l’area centro-meridionale della penisola controllata dai Longobardi, il culto dell’Arcangelo era ancora più antico. Tra i primi a venerarlo fu l’imperatore Costantino, che dopo l’Editto di Milano (313) che poneva ufficialmente fine alle persecuzioni ai danni del cristianesimo, fece costruire e dedicare un grande santuario a Costantinopoli, il Micheleion. Dall’Oriente, il suo culto penetrò in Occidente, dove la prima basilica eretta a suo nome sembra essere quella che sorgeva su di un’altura al VII miglio della Via Salaria, a Roma. A darvi ulteriore impulso furono le sue ripetute apparizioni – tutte raccontate nel Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano, redatto intorno al IX secolo e giunto in differenti redazioni sia greche sia latine -, l’ultima delle quali l’8 di maggio dell’anno 490 al vescovo di Siponto (presso Manfredonia, Foggia), Lorenzo Maiorano, per indicargli una grotta sul Gargano da consacrare al culto cristiano. Il Santuario edificato sulla grotta, noto anche come “Celeste Basilica”, si sarebbe rivelato decisivo per lo sviluppo della devozione all’Arcangelo e per la sua diffusione in tutto l’Occidente europeo. Cent’anni dopo, nel 590, papa Gregorio Magno avrebbe ribattezzato la Mole Adriana – lo tramanda Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea – “Castel Sant’Angelo” proprio in omaggio ad un’altra apparizione, stavolta a segnare la fine della tremenda pestilenza che stava mettendo in ginocchio Roma.

san-pietro-in-valle

Il mausoleo dei duchi di Spoleto Un’ulteriore apparizione, da poco documentata grazie a una scoperta d’archivio ancora inedita, sarebbe alla base anche della fondazione dell’abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, in Umbria, luogo destinato a ospitare il mausoleo dei duchi di Spoleto (vedi Medioevo n. 229, febbraio 2016, pp. 92-103). E spelonche, ipogei e chiese rupestri consacrate al culto micaelico si trovano sparse un po’ in tutto il centro Italia.
Sul Gargano e sul Santuario i Longobardi finirono fatalmente per concentrare la loro attenzione a partire dal 570 – anno cui di solito si fa risalire la creazione del ducato di Benevento ad opera di Zottone – quando tentarono ripetutamente di strappare l’Italia meridionale ai Bizantini. Un episodio cruciale da questo punto di vista fu l’attacco, iniziato nel 642 dal duca di Benevento Aione (641-642), contro gli Slavi che razziavano la costa adriatica non lontano da Siponto. Messi in fuga dal suo successore Rodoaldo (642-647), gli Slavi furono ben presto sostituiti dai Bizantini, che preoccupati per le mire espansionistiche dei Longobardi nei confronti del territorio da loro occupato, attaccarono il santuario. Ecco la narrazione di Paolo Diacono: «Morto a Benevento il duca Rodoaldo, che aveva governato cinque anni,divenne duca suo fratello Grimoaldo e guidò il ducato per venticinque anni. […] Era un grandissimo guerriero e famoso in ogni luogo. In quel tempo i greci (ossia i Bizantini) giunsero sul monte Gargano per depredare il santuario del santo arcangelo, ma quando Grimoaldo si avventò contro di loro col suo esercito li sterminò tutti». Secondo una tradizione più tarda, l’episodio dell’anno 650 avvenne l’8 maggio: così, accanto alla ormai tradizionale festività del 29 settembre, giorno della consacrazione della grotta ad opera del Maiorano, questa data entrò nel calendario delle celebrazioni micaeliche come anniversario dell’apparizione dell’Arcangelo e della vittoria di Grimoaldo.

san-michele-longobardo-museo-del-santuario

Santuario nazionale Da questo momento in poi, proprio il friulano Grimoaldo, duca di Benevento ma destinato a salire sul trono (662-671), si sarebbe prodigato per fare del luogo il santuario nazionale del suo popolo dando inizio a cospicui lavori di ingrandimento e ristrutturazione che sarebbero proseguiti alacremente con i suoi successori.
Il duca Romualdo e re Cuniperto (688-700), ad esempio, fecero costruire due scale, una per l’entrata e l’altra per l’uscita, allo scopo di facilitare il flusso sempre maggiore dei pellegrini, e un’ampia galleria di oltre 40 metri da impiegare come hospitium, ossia come ricovero, per chi si recava a visitare questo sacro luogo. Anche la regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774) fu molto prodiga con i pellegrini che si recavano ogni anno al santuario tanto che, come riporta il suo stesso epitaffio (forse composto da Paolo Diacono), volle assicurare loro «ampla tecta pastumque», ampi ricoveri e cibo. Posto sotto la giurisdizione del vescovo Barbato di Benevento, il Santuario di San Michele divenne il centro propulsore della definitiva conversione al cattolicesimo dei Longobardi ancora pagani e, più in generale, dell’evangelizzazione del territorio: un esempio può essere riscontrato nella grotta della Morgia Sant’Angelo di Cerreto Sannita, detta anche “della Leonessa”, trasformata in una cappella dedicata al culto dell’Arcangelo intorno all’anno 700. L’importanza del luogo non sarebbe diminuita nemmeno dopo la formale caduta del regno: non solo la sua frequentazione da parte dei fedeli non conobbe sosta, ma Normanni, Svevi e Angioini lo utilizzarono a loro volta come formidabile elemento di coagulazione nella altrimenti precaria situazione politica del Mezzogiorno medievale.
La funzione, percepita come apotropaica da parte dei Longobardi, del loro santo “nazionale” risulta evidente dalla presenza costante dell’Arcangelo, con tanto di croce, scudo e legenda, sulle monete coniate da Cuniperto e dai suoi successori Ariperto II (702-712) e Liutprando (712-744), sicché san Michele finì per sostituire l’effigie della Vittoria sul verso non solo dei tremissi del regno, ma anche dei denari del ducato di Benevento. Da lì, con le ali spiegate e la spada sguainata, avrebbe ben presto “conquistato” l’Europa: come scrive lo storico Gilles Jeanguenin, «Da Roma e dall’Italia meridionale la devozione all’Arcangelo si diffuse verso l’Est in epoca carolingia, lungo l’itinerario dei monaci celti fino alle Alpi bavaresi, di cui i santuari dedicati a san Michele occupano le cime».
Lungo la cosiddetta Via Langobardorum, il principe degli angeli svolse dunque l’importante funzione di cerniera tra Oriente ed Occidente portando con sé, oltre ai vessilli delle milizie cristiane, anche l’eredità delle antiche divinità del mondo pagano.

Elena Percivaldi

da Medioevo n. 224 (maggio 2017). © Elena Percivaldi / Medioevo. Riproduzione vietata.

locandina-michaelica-1-vers-x-webL’EVENTO
Nel segno dell’Arcangelo, i Longobardi “tornano” in Valnerina

Ai Longobardi e a san Michele Arcangelo è dedicata la prima edizione di “Michaelica”, evento storico-rievocativo che si terrà dal 19 al 21 maggio 2017 a Ferentillo (Terni), nella suggestiva abbazia romanica di San Pietro in Valle, fondata da Faroaldo nell’VIII secolo e mausoleo dei duchi longobardi di Spoleto. Il programma, ideato dalla medievista Elena Percivaldi e organizzato da ProLoco e Comune di Ferentillo, si aprirà venerdì 19 alle ore 15 con l’inaugurazione ufficiale alla presenza delle autorità e il Convegno dedicato alla figura dell’Arcangelo e al suo culto presso i Longobardi. Chiuderà la prima giornata un concerto di musica medievale del gruppo Winileod.
Sabato 20 e domenica 21 sarà allestito, nel prato antistante la chiesetta dell’Abbazia, il campo storico curato dai rievocatori del gruppo Fortebraccio Veregrense che introdurrà i visitatori alle atmosfere del VII-VIII secolo. Il programma della tre giorni prevede inoltre incontri (tra cui uno con il prof. Marco Valenti dell’Università di Siena che parlerà de “L’Archeodromo di Poggibonsi: un viaggio nel tempo alla scoperta del Medioevo”), conferenze, un mercato medievale ed editoriale, spettacoli di combattimento, escursioni e trekking, visite guidate all’Abbazia e al Museo delle Mummie, cene longobarde (su prenotazione) e degustazioni di birre e prodotti tipici. Chiude la manifestazione il concerto dell’Ensemble Sangineto (inizio domenica alle ore 17). L’evento si avvale del patrocinio istituzionale di Regione Umbria e Comune di Ferentillo e gode del patrocinio culturale di Associazione Italia Langobardorum, Centro Studi Longobardi, Festival del Medioevo, Associazione Culturale Italia Medievale, Rievocare, Anticae Viae. Mediapartner: Medioevo e Radio Francigena.

Per informazioni: www.michaelica2017.wordpress.com
Email: michaelica.ferentillo@gmail.com

DA: Festival del Medioevo, che ringrazio.

La lapide di Ursus, quel ritratto altomedievale in cerca di identità

Secondo la leggenda, alla metà del VI secolo, 300 monaci orientali lasciarono la propria terra per scampare al conflitto innescato dallo scisma di Acacio e trovarono rifugio in Italia. Due di loro, Giovanni e Lazzaro, scelsero l’Umbria per fondarvi un’abbazia, che, da una visione ricevuta in sogno, venne intitolata al principe degli apostoli: nasceva così a Ferentillo (Terni)  S. Pietro in Valle, uno dei gioielli dell’arte medievale, custodito dallo splendido scrigno verde di una delle valli più belle del Centro Italia, la Valnerina.

loca defAl monumento e alla sua storia ho dedicato un ampio articolo uscito sul mensile “Medioevo” nel febbraio 2015, da cui è tratto il box che qui sotto riproduco, relativo alla lapide di Ursus.

E l’abbazia darà teatro dal 19 al 21 maggio 2017 del grande evento Michaelica, nel segno dell’Arcangelo, che ho curato in collaborazione con Pro Loco e Comune di Ferentillo e con la partecipazione del gruppo storico Fortebraccio Veregrense.

L’evento si avvale del patrocinio istituzionale di: Regione Umbria e Comune di Ferentillo. Hanno concesso il patrocinio culturale: Associazione Italia Langobardorum, Centro Studi Longobardi, Festival del Medioevo, Associazione Culturale Italia Medievale, Rievocare, Anticae Viae.

 

1

La lastra anteriore di marmo dell’altare della chiesetta dell’abbazia di San Pietro in Valle conserva una scena piuttosto originale. La didascalia che corre sui margini superiore e sinistro è la seguente: + HILDERICVS DAGILEOPA + IN HONORE(m) / S(an)C(t)I PETRI ET AMORE S(an)C(t)I LEO(nis) / ET S(an)C(t)I GRIGORII / PRO REMEDIO A(ni)M(ae). Si tratta quindi del pluteo fatto realizzare dal duca Ilderico Dagileopa, che resse il ducato di Spoleto tra il 739 e il 742 circa.

La lastra, fittamente decorata con motivi ornamentali a girandola e a rosa (probabili simboli solari), presenta al centro, ai piedi di tre oggetti a forma di croce (i patiboli del Golgotha? O forse tre croci astili? O ancora, tre flabelli, ventagli mutuati dall’uso orientale e utilizzati durante la liturgia?) due figure maschili barbute con copricapo aureolato e gonnellino (o tunica). Mentre l’uomo di destra non presenta particolari caratterizzazioni, quello di sinistra reca in mano un oggetto appuntito e tagliente, sopra e attorno al quale campeggia la scritta “VRSVS MAGESTER FECIT”.

Chi e cosa rappresentano? Entrambi sono ritratti in atteggiamento orante e con le braccia alzate, il che fa pensare che siano stati immortalati in un momento rituale: probabilmente il battesimo, se si considerano anche le due colombe e la coppa posta proprio sopra la testa della figura a destra. Il rito avveniva a quell’epoca ancora per immersione. A suggerire l’idea è anche il confronto con altre immagini coeve, che rappresentano inequivocabilmente scene di battesimo: così, ad esempio, il cofanetto in osso di san Ludger a Werden, che il monaco, evangelizzatore dei Frisoni e primo vescovo di Münster, usava come altare portatile (e la cui ordinazione episcopale è illustrata sempre con la stessa posizione in un codice del XII secolo conservato alla Biblioteca di Stato di Berlino). E così anche la teoria di figure scolpite sul sarcofago del vescovo Agilberto del Wessex conservato nella cripta dell’abbazia francese di Saint-Paul de Jouarre (ultimo quarto del VII secolo).

2

Si è anche pensato che la scena ritragga il sacrificio di Isacco: quindi il personaggio a sinistra sarebbe Abramo che brandisce il coltello, e quello di destra, appunto, Isacco. Un’altra possibilità è che i due raffigurino il committente della lastra, ossia il duca Ilderico, a destra, e l’esecutore, ovvero Urso, a sinistra, con quest’ultimo che si ritrae con lo scalpello in mano e “firma” l’opera rivendicando orgogliosamente la paternità del lavoro. Una recente indagine di Donatella Scortecci ha però identificato nella prima figura il duca Ilderico con in mano lo scramasax, classico “attributo militare” longobardo, e nella seconda lo stesso duca che spogliatosi dell’arma riceve il battesimo e diventa monaco in abbazia. E oggi questa sembra l’ipotesi più accreditata.

La presenza del nome dell’artista nell’arte altomedievale è un evento raro: artefici e maestranze nella quasi totalità dei casi sono infatti rimasti anonimi. Le testimonianze giunte integre si contano sulle dita di una mano: oltre al problematico (per via della datazione) “Adam magister” che compare su una semicolonnina ad intreccio del IX secolo in Sant’Ambrogio di Milano, sappiamo di un altro “magister Ursus” immortalato con gli allievi Iuvintinus e Iuvianus su una colonnina del ciborio della pieve di San Giorgio in Valpolicella (Vr) e di un “magister Johannes” che compare sulla lastra di Cumiano nell’abbazia di Bobbio (Pc). C’è poi il “magister Gennarius” che firma la lastra tombale del venerabile Gudiris nella chiesa di Santa Croce a Savigliano (Cn). Infine un certo Paganus (uno stuccatore, probabilmente il capomastro) che incise il suo nome vicino ad una finestra del Tempietto longobardo di Cividale del Friuli (vedi il mio articolo su “Medioevo” n. 216). Quello di Ursus, e degli altri qui citati, sarebbe dunque un caso rarissimo, in quest’epoca, di autocoscienza della propria abilità. Bisognerà attendere Wiligelmo e Benedetto Antelami perché cominci a evidenziarsi un concetto più “moderno” e personale di artista, e con esso la rivendicazione orgogliosa, davanti al committente ma anche al pubblico, della propria opera creativa.

© COPYRIGHT Elena Percivaldi – Medioevo . ALL RIGHTS RESERVED. Riproduzione vietata

  • Elena Percivaldi, “Incanto in Valnerina”, in “Medioevo” n. 229 (febbraio 2016), pp. 92-103.

2017-04-22

(Da “Medioevo” n. 229 (febbraio 2016), pp. 92-103.)

 

IN EDICOLA / Legnano 1176 & i picchieri svizzeri: la fanteria protagonista in battaglia

Sul numero in edicola da oggi, 25 gennaio, di “Storie di Guerre e Guerrieri”, il bimestrale di Sprea Editori dedicato all’arte bellica nella storia, trovate due miei articoli su altrettanti argomenti molto diversi tra loro ma che, a ben vedere, toccano anche un aspetto comune: le tecniche di combattimento della fanteria medievale in opposizione alla preponderante cavalleria pesante, regina dei campi di battaglia per lunghi secoli.

I contributi sono interamente illustrati a colori.

Nel primo articolo (che esce nella sezione “Grandi Battaglie”), ripercorrerò gli antefatti del celeberrimo scontro che vide l’imperatore Federico Barbarossa soccombere ai Comuni lombardi a Legnano, il 29 maggio 1176, e racconterò come si è svolta la battaglia. Corredano l’articolo la ricostruzione puntuale delle varie fasi della battaglia e uno schema sull’armamento e l’equipaggiamento delle forze in campo.

Sull’argomento nel 2008 ho anche scritto un libro, “I Lombardi che fecero l’impresa. La Lega e il Barbarossa tra storia e leggenda” pubblicato da Ancora Editrice.

immagine

Nel secondo articolo (per la sezione “L’Arte della Guerra”), narrerò come e perché sono nati i picchieri svizzeri,  ossia la fanteria leggera specializzata nell’utilizzo delle armi inastate (Voulge, alabarda e picca appunto) che tra Quattro e Cinquecento dettò legge in buona parte dell’Europa, contendendo ai lanzichenecchi il primato nell’abilità e nella spietatezza. L’ampio contributo esamina la genesi del reparto, l’evoluzione della tattica fino alla  definizione del classico “quadrato”, le tecniche di combattimento sul campo, il tipo di armamento e di equipaggiamento (con accenni all’evoluzione delle armi inastate); inoltre ripercorre le grandi battaglie che li videro protagonisti e l’eterno scontro con i lanzichenecchi, gli unici in grado di tener loro testa.

picchieri

Vi aspetto in edicola!  Presto il link per l’acquisto anche online.

NOVITA’ EDITORIALI / Un nuovo speciale sui Barbari in edicola

barbari-coverSi dice che la storia la scrivano i vincitori, ma non è sempre così. Quando i germani e le altre genti “barbariche” diedero il colpo di grazia all’impero romano, ormai in piena crisi, a scrivere la cronaca degli scontri furono quasi sempre gli sconfitti, i quali trasmisero ai posteri un’immagine negativa di questi popoli che, nonostante i contatti plurisecolari, conoscevano ancora poco. Oggi  sappiamo che le genti “barbariche” possedevano culture complesse, mantenevano quasi tutte rapporti di lunga data con Roma e ne ammiravano le istituzioni e la civiltà al punto da imitarle per legittimarsi. Possedevano, però, anche una loro precisa identità, che andò affermandosi col tempo e si esaltò proprio quando l’incontro-scontro tra i due mondi assunse quel carattere definitivo e traumatico che avrebbe comportato la fine dell’impero.
Dai più antichi Celti e Germani ai Vandali e agli Unni, dai Goti ai Longobardi fino agli Ungari e ai Vichinghi, tutti questi popoli, nessuno escluso, concorsero a forgiare l’Europa così com’è oggi, figlia del diritto e della civiltà di Roma ma anche degli usi, costumi, arte, lingue e miti di chi, pur decretandone il tramonto, ne raccolse l’eredità.
Al tema, vasto e affascinante, è dedicato “Barbari”, il nuovo Speciale di “Conoscere la Storia”, pubblicato da Sprea Editori e appena uscito in tutte le edicole: 130 pagine interamente illustrate a colori al costo di euro 9.90.
I testi sono curati da Elena Percivaldi, storica e collaboratrice di riviste come Medioevo, BBC History Italia, Conoscere la Storia, Storie di Guerre e Guerrieri.
Le fotografie, che ritraggono momenti di vita quotidiana dell’epoca secondo la ricostruzione dei gruppi di rievocazione storica, sono di Camillo Balossini, uno dei più noti reporter del settore.

MEDIOEVO / Tesori e misteri in Valle d’Aosta

La Collegiata di Sant’Orso ad Aosta
sul mensile “Medioevo” di gennaio 2017

st-orso-w-o

Ad Aosta c’è un grosso tiglio che da quasi cinquecento anni domina un luogo oggi centrale, ma un tempo situato poco al di fuori delle mura cittadine: piazzetta Sant’Orso. L’antico albero risale, a quanto sembra, nella prima metà del Cinquecento (lo ritrae un dipinto del 1514). prese il posto di un vecchio olmo caduto per il vento. La leggenda però lo vuole piantato dal santo che pur non essendo patrono di Aosta, è sicuramente il più celebre dentro e al di fuori dei confini regionali, non foss’altro che per la fiera artigianale – la Foire de Saint-Ours – che da secoli anima ogni fine gennaio il centro cittadino: Orso. Sulla piazza sorge anche il complesso dedicato a questo santo vissuto nel VI secolo: la Collegiata, l’attiguo Priorato e l’antistante, e oggi sconsacrata, chiesetta di S. Lorenzo. Insieme alla cattedrale, è l’insieme di edifici religiosi più importante della Valle d’Aosta perché conserva almeno due gioielli risalenti all’età romanica: un raro, sebbene frammentario, ciclo di affreschi e la complessa serie di capitelli del suo suggestivo chiostro, densi di significati simbolici…  (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

GALLERY (clicca sulle foto per ingrandire)

aosta_sant_orso_chiostro_05

LEGGENDE E STORIA SUI CAPITELLI

I capitelli romanici, fiore all’occhiello della Collegiata, ritraggono le scene bibliche con una vivacità e una ricchezza di particolari davvero unica. Difficile trovare accostamenti convincenti, sebbene dal punto di vista stilistico presentino alcune affinità con altri capitelli di area lombarda (basilica di San Michele Maggiore a Pavia) e soprattutto provenzale (chiostro di Saint-Trophime ad Arles e battistero di Saint-Martin d’Ainay a Lione). Sembra comunque probabile che l’anonima maestranza che operò nella realizzazione di questo capolavoro abbia portato con sé i moduli espressivi elaborati nella zona del medio Rodano, contribuendo a diffondere al di qua delle Alpi un linguaggio artistico che stava rivestendo un ruolo decisivo nell’elaborazione dell’arte romanica europea…. (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

GLI AFFRESCHI OTTONIANI

imagesVisibili solo su richiesta grazie ad un’apposita passerella nel sottotetto (vi si accede attraverso una scala a chiocciola), gli affreschi fatti realizzare da Anselmo durante il suo priorato sono di stupefacente bellezza e rappresentano, insieme a quelli di poco posteriori realizzati dalle stesse maestranze in Cattedrale, il documento pittorico più antico risalente al fulgido periodo ottoniano. In base allo stile sono state riscontrate similitudini con altri esempi noti di ambito “lombardo” con immediati confronti con i cicli della basilica di San Vincenzo in Galliano a Cantù (VEDI il mio articolo su MEDIOEVO, n. 226, Novembre 2015) e del battistero del Duomo di Novara. Solo poche scene si sono conservate: lungo la parete Nord, alcuni frammenti di un Giudizio Universale e le Nozze di Cana; nella parete Sud, le storie degli Apostoli (Sant’Andrea a Patrasso, San Giovanni Evangelista ad Efeso, San Giacomo Maggiore condannato a morte a Gerusalemme) e due miracoli di Gesù sul lago di Genezareth; la parete Ovest, in controfacciata, due scene di martirio: una di fustigazione (forse di Sant’Erasmo) e una in cui un aguzzino conficca dei chiodi nella pianta del piede di un santo non identificabile. Al di sopra corre un fregio a greca interrotto da riquadri con figure di uccelli, vasi, corone e un pesce. Come ha rilevato la storica dell’arte Sandra Barberi, “la rappresentazione è molto semplificata, le figure hanno volti dai lineamenti stilizzati e gesti ripetitivi, i contorni sono spessi e scuri, come disegnati a pennarello, i colori hanno mantenuto la vivacità originale”. Come si usava all’epoca, gli affreschi dovevano rendere comprensibili gli episodi delle Sacre Scritture e delle vite dei santi alla popolazione illetterata, ma essendo collocati in registri alti, potevano essere letti chiaramente anche stando in basso grazie ai contorni marcati e ai colori vivaci che facevano risaltare le scene. (Dal mensile Medioevo di gennaio 2017)

250px-ursusofaostaChi era sant’Orso?

Le fonti sulla biografia di Orso sono scarse e contraddittorie, ma soprattutto ricche di spunti leggendari che derivano dalla tradizione orale. Tra le principali si annovera l’anonima “Vita Beati Ursi”, pervenuta in due redazioni, una più antica e breve (VIII secolo-inizi IX) e la seconda più ampia ed elaborata (seconda metà del XIII secolo). Se ne desume che Orso fosse un presbitero vissuto ad Aosta fra il V e il VI secolo e che avesse il compito di custodire e celebrare nella chiesa di San Pietro (la futura Collegiata dunque), all’epoca fuori dal centro storico cittadino. Le Vite lo descrivono come un uomo semplice, pacifico e altruista che alla preghiera affiancava le opere di carità, l’assistenza ai malati, ai poveri, alle vedove e agli orfani. Viveva grazie al suo piccolo orto, i cui prodotti suddivideva in tre parti tra sé, gli indigenti e gli uccellini, che grati gli si posavano sulla testa e sulle spalle (e così lo rappresenta l’iconografia tradizionale). Altre vicende di sant’Orso sono raccolte nella Chronique curieuse scritta nel 1549 dal canonico Jean-Ludovic Vaudan e nella Vie de saint Ours di Nicolas-Joconde Arnod pubblicata a Chambéry nel 1668. Al Vaudan risale la leggenda di una sua presunta origine irlandese (non documentata e probabilmente invenzione dello stesso erudito): particolare che però ha permesso di suggerire una interpretazione sincretistica della sua figura con riferimento al mondo pagano, che chi scrive ha avuto modo di illustrare in alcune conferenze pubbliche in Valle d’Aosta (e che saranno trattate su Medioevo in un mio articolo di prossima pubblicazione)…. (continua sul mensile Medioevo di gennaio 2017)

© Elena Percivaldi – © 2010-2016 – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere copiata, riprodotta o rielaborata senza citare la fonte.